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giovedì 03 febbraio 2009
Opener, il baseball in nove inning
Mi piacerebbe che chi calca un diamante – anche il più
dimenticato da Dio e dal tagliaerbe -, chi il fine settimana va al campo
a guardare la partita, chi sta comodamente seduto sul divano del salotto
ad apprezzare le prodezze compiute un oceano lontane, possa apprezzare
al meglio il proprio passatempo.
Ho scoperto perché il baseball è fantastico e meglio degli altri sport.
Non perché, come diceva Weaver, non esiste il cronometro e pertanto la
squadra in svantaggio ha sempre la propria opportunità; nemmeno perché,
come hanno scritto altri – in termini più poetici di quelli del
condottiero di Baltimore -, segue il ciclo della vita, svegliandosi in
primavera per tornarsene in letargo ogni autunno.
È molto più semplice.
Quando sono a casa e guardo in diretta i Cubs al Wrigley Field, tra un
inning e l’altro, durante il cambio di campo, riesco ad apparecchiare la
tavola, e nel mezzo di un turno di battuta, mentre il pitcher
“massaggia” la palla, posso abbassare lo sguardo per infilzare i
maccheroni, senza timore di perdere l’unica azione degna di tutta la
partita.
E allo stadio (al campo, se preferite) c’è tempo e spazio per
chiacchierare, anche non di baseball, volendo.
In nove inning si può scorazzare a piacimento avanti e indietro per il
secolo e mezzo di storia di questo meraviglioso sport, ed è proprio ciò
che ho fatto in Opener, prendendo a pretesto gara 1 dell'ultima World
Series.
Lo so, non è un’idea originale raccontare il baseball in
nove inning. Prima di me l’hanno già fatto almeno quattro autori: Daniel
Okrent, in Nine Innings per l’appunto, Keith Hernandez, in
Pure Baseball (per la verità lui ha usato due partite), Steve
Kettmann in One Day at Fenway e Charles Euchner in The Last
Nine Innings.
Opener vuole essere un piccolo sentiero, con tanti bivi: mi
auguro che i lettori scorgano, tra le biforcazioni incontrate lungo la
via, qualche strada da intraprendere quando avranno riposto questo libro
nello scaffale.
E, soprattutto, si propone come libro inaugurale per chi, nel corso
della propria vita, non ha avuto l’opportunità di apprendere la lingua
che dà accesso alle biblioteche del baseball.
Spero che tanti, grazie a Opener, possano iniziare a scrivere il
proprio personale libro di storia.
Max Marchi
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